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Di Jean Claude Martini

I coreani, soprattutto al nord, vantano spesso la particolarità tutta unica dei 5.000 anni di storia della loro nazione. In Occidente si tende (con alcune lodevoli eccezioni di cui è concreta testimonianza il volume di Storia della Corea ad opera di Maurizio Riotto, pubblicato per i tipi di Bompiani nel 2005) a considerare la storia coreana come se fosse iniziata dal nulla con la Seconda guerra mondiale o, al massimo, con la colonizzazione giapponese; normalmente non si tiene conto, per esempio, che l’entità statale comunemente nota come Corea del Sud non è mai esistita prima del 1948.
I primi coreani si insediarono circa un milione di anni fa, contestualmente all’apparizione del genere umano, sulla riva del fiume Taedong con Pyongyang quale loro centro. Questo perché la zona vantava condizioni di abitabilità assai favorevoli: un’acqua cristallina, pianure fertili, abbondanti risorse naturali e clima temperato. Essa è infatti stata il luogo dove gli archeologi hanno scoperto i primi fossili umani risalenti al Paleolitico e al Neolitico; alla prima categoria appartengono i resti dell’uomo di Ryokpho, dell’uomo di Tokchon e dell’uomo di Hwadae, rinvenuti rispettivamente nel distretto di Ryokpho a Pyongyang e nelle province del Phyongan Meridionale e dell’Hamgyong Settentrionale nella RPD di Corea. Della seconda categoria fanno parte l’uomo di Sungnisan, l’uomo di Mandal e l’uomo di Ryonggok. Grazie a ciò si è potuto determinare che i coreani hanno attraversato tutte le fasi dell’evoluzione umana: preistoria, Paleolitico, Neolitico e successive.
La prima organizzazione statale del popolo coreano nacque nel 3000 a.C., fondato da re Tangun; esso assunse la denominazione di Joson (“Paese del calmo mattino”), successivamente rinominato Kojoson (“Corea antica”) per distinguerlo dalla posteriore dinastia feudale. Durò fino al 108 a.C. e occupava un’ampia fetta di territorio nell’Asia del nord-est con Pyongyang quale capitale, e si contraddistinse per il suo sviluppo incentrato sull’agricoltura, in particolar modo del riso e della canapa, e per la creazione di strumenti di ferro e bronzo come il pugnale a forma di liuto, che influenzò molto lo sviluppo della metallurgia nei paesi vicini. Gli abitanti del Kojoson, inoltre, inventarono i primi caratteri della scrittura coreana (noti come Sinji) e un planisfero scolpito nella pietra, dotandosi inoltre di un codice penale chiamato Legge in 8 punti sulla prevenzione del crimine. Di essa ci sono arrivati solo tre punti: la pena di morte per l’omicidio, la condanna all’indennizzo tramite cereali per danni intenzionali e la trasformazione del ladro in schiavo della vittima come alternativa a una multa di 500.000 jon. Fu l’atto che sancì formalmente l’affermazione della società schiavista in Corea.
Altri Stati retti da questo ordinamento si affiancarono al Kojoson o lo succedettero, come ad esempio quelli di Puyo, Kuryo e Jinguk. All’inizio del III secolo a.C., un gruppo di uomini capitanato da Ko Jumong si trasferì dal Puyo al Kuryo, dove fondò il Koguryo, il che pose fine all’età antica in Corea e diede inizio all’era feudale: siamo nel 277 a.C.
Koguryo fu un paese potente che si estendeva su un territorio comprendente la maggior parte della penisola coreana e una zona nei dintorni di Liaohe, in Cina. I suoi abitanti erano degli esperti praticanti di arti marziali e si distinguevano per un forte senso di unità e patriottismo contro gli invasori stranieri; questo Stato durò infatti un millennio, fino al 668 d.C. Tra le battaglie più importanti di questo periodo, si ricorda il vittorioso combattimento del fiume Salsu (nell’odierna città mancese di Xiaojihahe), in cui l’imperatore dello Stato cinese di Sui, sconfitto nella prima aggressione al Koguryo, tornò a invaderlo nel 612 con un gran numero di effettivi, ma furono nuovamente battuti grazie alle tattiche di incursione dei soldati comandati dal Generale Ulji Mun Dok.
Ma le arti marziali non erano l’unica specialità degli abitanti del Koguryo: già nell’era avanti Cristo esso aveva un osservatorio astronomico con astronomi professionisti che studiavano le eclissi solari e lunari, i movimenti dei meteoriti e delle comete e sintetizzavano i dati ottenuti scolpendoli sulla pietra. Il planisfero in pietra noto come Chonsangryolchabunyajido è giunto fino a noi, seppur in copia dal momento che l’originale fu gettato a mare da un’invasione straniera. In esso sono disegnate le costellazioni all’interno di un grande cerchio, con tanto di firme e note esplicative ai margini. La sfera celeste vi è presentata in proiezione orizzontale, incentrata sul polo artico. Segnala correttamente 1.467 stelle raggruppate in 282 asterismi. Vi figurano parimenti le posizioni degli equinozi di primavera e d’autunno e le coordinate di 28 tra le stelle più importanti, insieme ai cerchi equatoriali, zodiacali e polare artico, con le longitudini e la galassia.
Nel frattempo, altri Stati feudali si costituirono accanto a quello di Koguryo, nella fattispecie Paekje, Silla e Kaya.
Il Paekje fu fondato da Onjo, figlio del re Tongmyong, creatore del Koguryo. Divenne uno Stato feudale indipendente verso la fine del I secolo a.C. allorché, nei due secoli precedenti, inglobò i piccoli Stati vicini espandendosi a loro spese. Esistette fino al 660, quando l’invasione del Tang e del Silla mise fine alla sua esistenza.
La storia dello Stato di Silla viene convenzionalmente divisa in Silla anteriore e Silla posteriore: il primo fu fondato all’inizio del I secolo d.C. ed esistette fino al VII secolo; il secondo durò dal 676 al 935. Entrambi, però, ebbero sempre come capitale Wanggyong, situata nell’attuale città di Kyongju in Corea del Sud.
Il Silla fagocitò il Paekje nel 660 e il Koguryo nel 668 avvalendosi dell’alleanza dello Stato cinese di Tang (sulla diplomazia cinese), cui si affidò per la realizzazione delle ambizioni espansioniste della sua dinastia dominante; ciò frenò il processo dell’unificazione dei tre regni fino a quel momento guidato da Koguryo.
La ricostruzione di questi fatti storici dettero adito a incongruenze e controversie nella storiografia coreana successiva, in quanto per molti anni l’annessione del Paekje e del Koguryo al Silla fu indicata, essa, come unificazione dei tre regni da parte di quest’ultima. In Corea del Nord tale verdetto fu rovesciato negli anni ’60: il giovane Kim Jong Il, allora universitario, scrisse un breve saggio intitolato Sul riesame dell’unificazione dei Tre Regni e pubblicato il 29 ottobre 1960. Ivi egli osservò:
«Sebbene il Silla abbia rovesciato il Paekje e il Koguryo di concerto con gli aggressori della dinastia Tang, esso non ha tuttavia instaurato uno Stato sovrano unificato. Dopo l’abbattimento del Paekje e del Koguryo, esso occupò soltanto la regione a sud del fiume Taedong, mentre al nord, antica regione del Koguryo, vi fu fondato il Palhae, suo erede, che durò più di due secoli. Il fatto che i due Stati sovrani, Palhae e Silla, siano esistiti sul territorio occupato da Koguryo, Paekje e Silla, esclude che i Tre Regni siano stati unificati da quest’ultimo.
Inoltre, il Silla non aveva l’intenzione di unificare i Tre Regni per trasformare il nostro paese in uno Stato potente e neanche era in grado di farlo. I suoi governanti non avevano che l’ambizione di invadere il Paekje e il Koguryo per espandere il proprio territorio.
Per questo coinvolsero le forze aggressive della dinastia Tang, che aspettavano soltanto l’occasione per invadere il nostro Paese, commettendo così un atto criminale. A quel tempo, Kim Chun Chu, loro rappresentante, concluse coi governanti della dinastia Tang un accordo segreto sull’abbattimento del Paekje e del Koguryo. Condusse con essi delle transazioni in base alle quali Silla e i Tang avrebbero distrutto il Paekje e il Koguryo per la loro alleanza, dopodiché il primo avrebbe occupato la regione a sud del Taedong e i secondi il vasto territorio al nord».[1]
Lo Stato del Palhae nacque infatti nel 698 a seguito della rivolta popolare che cacciò la dinastia Tang. La sua prima capitale fu Tongmosan, nei pressi dell’attuale distretto di Dunhua in Cina. Abbracciava al sud l’area centrale della penisola coreana dal bacino del Taedong fino ai dintorni del fiume Ryonghung dello Stato di Kumya confinante col Silla; a est comprendeva tutta la costa orientale fino al Primorje russo; a ovest e a nord, l’area dallo sbocco inferiore del Liaohe fino alla regione dell’Heilongjiang e a quella bagnata dal Songhua. Esistette per circa 230 anni col soprannome di Haedongsongguk e il suo primo re fu Tae Jo Yong. Costui mobilitò nel 696 una sollevazione dei soldati di Koguryo dalla sua residenza di Yongju (attuale Chaoyang), dove fu obbligato a trasferirsi a causa della politica di deportazioni forzate promosse dalla dinastia Tang, e li sconfisse. All’inizio del 698, sulla collina Tianmen (ad ovest di Zhangwu, provincia del Liaoning) sterminò in un’imboscata le truppe dei Tang capeggiate da Li Haigao e, fedele all’aspirazione del popolo dell’ex Koguryo di restaurare la propria antica potenza, fondò il Regno di Palhae con Tongmosan quale capitale. Instaurò, inoltre, un ordinato sistema di governo statale, organizzò un potente esercito e praticò una politica estera flessibile. Si disintegrò nel 926 allorché la parte nord fu conquistata dai Khitani e dalla dinastia Liao, mentre al sud si insediò il nascente Stato del Koryo.
Esso nacque ufficialmente nel 918 da Wang Kon e, tramite l’annessione del Silla (935) e del Paekje posteriore (936), fondò il primo Stato unificato della nazione coreana, che durò fino al 1392. Dal suo nome, infatti, deriva l’odierna parola “Corea”. Il nome simile a Koguryo deriva dall’aspirazione di Wang Kon a riprendere quella storia, restaurando la grandezza che contraddistinse quel periodo tramite una politica mirante all’unificazione nazionale.
Tale sviluppo degli eventi non poteva non suscitare la contrarietà e l’attiva opposizione delle potenze confinanti: vi furono altre due invasioni da parte dei Khitani, una nel novembre 1010 e l’altra tra il dicembre 1018 e il febbraio 1019. Entrambe si conclusero con la sconfitta degli aggressori, i quali pure avevano mobilitato in entrambe le occasioni un quantitativo assai ingente di effettivi: si parla di 400.000 unità nella prima guerra e 100.000 nella seconda (conosciuta come Grande vittoria di Kuju, dal nome della località ove si svolsero i combattimenti). In entrambe, come detto, i coreani riportarono la vittoria sotto la guida del comandante Kang Kam Chan (948-1031).
Nel periodo di Koryo si assisté a una fioritura generale della cultura coreana: vide la luce la Grande collezione di Scritture buddhiste, comprendente 6.793 volumi in 1.539 parti mediante l’uso di più di 80.000 blocchi xilografici. Attualmente è conservato nel tempio di Pohyon sul monte Myohyang. Altre stampe furono pubblicate grazie all’invenzione dei caratteri a stampa a cavallo tra l’XI e il XII secolo, come si è potuto evincere dai caratteri in rame rinvenuti nella tomba di un re di Koryo a Kaesong e dal libro Nammyongchonhwasangsongjungdoga, stampato nel 1076 e giunto fino a noi. Tale tecnica fu divulgata poi in Cina e in Europa, precedendo di trecento anni la creazione della tecnica di Gutenberg.
Il regno di Koryo eccelse anche nell’arte della ceramica e della scultura: si segnalano in particolare i celadon grigi di epoca medievale e le variopinte porcellane con relativi ornamenti in rilievo, concavi, scolpiti o intarsiati. Nella scultura, le statue in pietra nel mausoleo del re Kyonghyo (1330-1374) sono state ritenute le migliori opere scultoree dell’antichità coreana finora conservatesi, specialmente quelle dei quattro mandarini civili e militari le cui caratteristiche plastiche fanno risaltare la diversità dei loro caratteri.
Nel febbraio 1388 si verificò l’incidente che metterà fine, quattro anni più tardi, alla dinastia Koryo: in quel periodo, osservando le manovre espansioniste della dinastia Ming che pretendeva di istituire sul bacino del fiume Amnok un’unità amministrativa e militare denominata Cholryongwi allo scopo di occupare la regione nord-orientale del Paese, i governanti di Koryo decisero d’inviare una spedizione per impedire che avanzassero fino a Liaodong. Choe Yong, comandante dell’esercito coreano, diresse le sue truppe restando a Pyongyang assieme al re, mentre i generali Jo Min Su e Ri Song Gye dirigevano le unità sul terreno.
Fin dal principio quest’ultimo si oppose alla proposta di Choe Yong, argomentando che fosse sconvenevole che un paese piccolo ne attaccasse uno grande, che l’estate non è una stagione adeguata per mobilitare i soldati e altri pretesti. Sull’isola di Wihwa, situata nel corso inferiore dell’Amnok, ordinò quindi alle truppe di ritirarsi per attaccare Kaesong. La sconfitta disastrosa che ne seguì mise fine alla dinastia di Koryo.
Nel luglio 1392 Ri Song Gye espulse Kongyang, ultimo re di questa dinastia, si impadronì del trono e rinominò Joson il paese. Diede quindi inizio alla dinastia feudale che durò fino al 1910, ultima del suo genere nella storia della Corea.
In questo lungo periodo fu fondata l’Accademia Jiphyonjon allo scopo di raccogliere e studiare i libri delle generazioni anteriori (1420) grazie all’idea di re Sejong (1397-1450) e della collaborazione dei mecenati di corte. Fu inoltre inventato il primo pluviometro al mondo (1441) e si creò un sistema scientifico di trascrizione fonetica denominato Hunmin Jong-um, che significa “il suono corretto che alfabetizza il popolo” (1444), riconosciuto dall’UNESCO come patrimonio mondiale e da essa raccomandato alle nazioni ancora prive di un proprio alfabeto. Tra il 1431 e il 1613, infine, si pubblicarono i Tre libri di medicina Koryo: Hyangyak Jipsongbang, Uibang Ryuchwi e Tongui Pogam.
Il primo, la cui redazione iniziò nel 1431 e fu pubblicato nel 1433, classifica le malattie in 959 categorie e presenta più di 10.700 metodi terapeutici, 1.500 tipologie di agopuntura e moxibustione e 693 piante mediche.
Il secondo, composto tra il 1443 e il 1445, consta di 365 tomi e sintetizza globalmente le ricche esperienze cliniche acquisite dai paesi orientali.
Il terzo, un libro enciclopedico che sintetizza i successi raggiunti dalla Corea nelle scienze mediche fino all’inizio del XVII secolo, fu redatto nel 1610 dal medico specialista Ho Jun e pubblicato nel 1613. È una delle pubblicazioni dal carattere più scientifico e razionale nella categoria.
Nel 1861, grazie al lavoro di Kim Jong Ho (m. 1864), vide la luce la Mappa di Taedongyo, una cartina della Corea di 33 m² divisa in 22 parti di cui ogni foglio, dalle dimensioni di 30×20 cm, rappresenta un’estensione territoriale di 48×32 km, su una scala di 1:162.000. I punti segnati sulla mappa sono collocati correttamente e la linea che segnala le strade evidenzia dei punti ogni 4 km per dare una percezione della giusta distanza tra uno e l’altro.
In ambito letterario e artistico, meritano di essere segnalati i nomi del pittore Kim Hong Do, che, vissuto nel XVIII secolo, riprodusse realisticamente la vita dei suoi contemporanei e soprattutto dei lavoratori in opere come Ferramenta, Ssirum [wrestling tradizionale coreano] e Danza, ma anche soggetti naturali come Le cascate di Kuryong, Il bosco nella notte di luna, Cane e Leone anziano; del letterato Pak Ji Won (1737-1805), autore del Racconto del saggio Ho, del Racconto di un nobile e di Reprimenda di una tigre, in cui denunciava il parassitismo degli aristocratici corrotti e simpatizzava coi lavoratori e la loro vita miserabile, oltreché del Diario Rehe, narrante il suo viaggio in Cina; e di Jong Yak Yong (1762-1836), funzionario governativo poi dedicatosi interamente alla ricerca accademica e alla scrittura. Autore del Canto del popolo affamato e di Caccia alla tigre, non si limitò a simpatizzare con le miserie del popolo e a denunciare l’avidità degli aristocratici, ma riconobbe la teoria della rotondità della Terra, spiegò l’origine scientifica dei fenomeni atmosferici, accentuò la necessità di sviluppare le tecnologie, studiò l’agricoltura, la tessitura, la costruzione di barche, ponti e muraglie e disegnò la cittadella di Suwon, inventando anche una sorta di gru che fu fondamentale in quest’opera.
Anche la scienza militare fece progressi nel periodo di Koryo. Nel 1413 fu costruito il kobukson (nave a testuggine), il primo vascello corazzato al mondo, così chiamato perché il suo ponte era coperto da tavole di legno che assomigliavano al guscio di una tartaruga. Larga 35 metri, larga 11,8 e alta 5,2, dotata di 10 remi a babordo e a tribordo e più di 70 feritoie, permetteva di issare o ammainare le vele in base alla necessità e collocare spunzoni in qualsiasi punto, tranne in un ingresso stretto in cui potevano passare soltanto uno o due membri dell’equipaggio alla volta e che complicava molto l’accesso al nemico. Fu perfezionata nel 1592 sotto la direzione dell’ammiraglio Ri Sun Sin (1545-1598), poco prima dello scoppio della Guerra Patriottica di Imjin (1592-1598) provocata dall’invasione dei giapponesi capeggiati da Toyotomi Hideyoshi, che comandò per l’occasione 158.700 effettivi delle forze terrestri e navali. Per difendere il Paese, l’intero popolo coreano si sollevò al combattimento facendo emergere molti comandanti patriottici come appunto Ri Sun Sin, ma anche Kwon Ryul (1537-1599), Kim Ung So (1564-1624), Kwak Jae U (1552-1617), l’abate Sosan (1520-1604), Samyongdang (1544-1610), e soldati valorosi come Kye Wol Hyang (m. 1592) e Ron Kae. La guerra terminò definitivamente nel 1598 con la sconfitta dei giapponesi, ma non fu l’unica che i coreani dovettero combattere in questa epoca.
Alla fine del giugno 1592 il Giappone, vedendo che le forze navali coreane guidate da Ri Sun Sin controllavano stabilmente il Mar Meridionale di Corea ed erano sul punto di frustrare il suo tentativo di “avanzata simultanea via mare e via terra”, formò tre flotte e le introdusse nelle acque territoriali della Corea. Ri Sun Sin fece in modo di attirare verso sé e distruggere le flotte nemiche ancorate presso l’isola di Hansan, facendo nascondere il grosso delle truppe vicino alle rive settentrionali. Una volta che quasi tutte le imbarcazioni giapponesi giunsero al punto previsto, diede l’ordine d’attacco: con un kobukson alla testa, queste furono attaccate frontalmente e ai fianchi, col risultato che 59 navi nemiche su 73 vennero affondate e migliaia di soldati furono feriti. L’esito di questa battaglia passò alla Storia col nome di Grande vittoria nella battaglia navale nei pressi dell’isola di Hansan. (prosegue…)
La società coreana, che rimase chiusa alle influenze esterne nonostante, tra il XVIII e il XIX secolo, la rivoluzione industriale e il capitalismo iniziassero a prendere piede nel mondo occidentale, determinando aperture, aumento di interazioni politiche, economiche e commerciali fra i vari paesi e una rinnovata aggressività nella politica estera delle principali potenze coloniali, volle mantenersi saldamente ancorata ai principi confuciani che sorreggevano da sempre il regime feudale. Tale politica, lungi dal garantirne la sopravvivenza, espose ancor più la Corea alle invasioni estere.
All’inizio del 1866, infatti, il governo feudale inasprì la repressione contro i cattolici e condannò a morte alcuni missionari francesi, il che diede alla Francia il pretesto per invaderla. In un primo momento la flotta dell’Estremo Oriente, che già si era guadagnata una certa “fama” nell’invasione del Vietnam e della Cina dei Qing, entrò in Corea con tre vascelli arrivando fino alle porte della capitale, ma fu costretta a ritirarsi per la resistenza popolare che ne scaturì; il secondo tentativo di invasione avvenne con forze più che raddoppiate: 7 navi e più di 2.500 effettivi. In questa guerra furono distrutti edifici antichi di valore storico, venne saccheggiata un’ingente parte del patrimonio culturale e, dietro minaccia dello sterminio di 9.000 coreani ogni 9 missionari francesi uccisi, fu imposto al governo feudale la consegna dei funzionari responsabili dell’esecuzione dei primi missionari, con tanto di “risarcimento” e concertazione di un “patto” capestro ai danni della Corea. La nuova resistenza popolare, che causò ai francesi molte perdite, li costrinse a ritirarsi dopo un periodo di “incastramento” improduttivo sul litorale coreano.
Sempre nel 1866, e precisamente il 16 agosto, gli Stati Uniti tentarono di invadere la Corea tramite la nave General Sherman, equipaggiata con 4 cannoni e più di 90 uomini, che attraccarono sul fiume Taedong e si dettero a stupri, razzie e sequestri di militari. Il 2 settembre, approfittando della bassa marea, un’imbarcazione armata coreana si diresse verso la General Sherman e aprì il fuoco, causandone l’affondamento, mentre i soldati americani furono respinti dalla lotta popolare. Nonostante ciò, nel 1868 gli Stati Uniti ritentarono un’invasione armata della penisola coreana, questa volta con la nave da guerra Shenandoah, dotata di 9 cannoni (di cui uno a lunga gittata) e più di 230 effettivi, ma anch’essa fu costretta a ritirarsi a causa delle azioni militari autodifensive dei volontari e dei soldati che difendevano la batteria di Tongjin. Nel 1871 il ministro statunitense accreditato presso i Qing e il comandante della flotta americana in Asia sbarcarono sulla costa coreana al comando di 5 navi dotate di 80 cannoni e 1.230 effettivi; il governo feudale inviò un funzionario affinché protestasse per l’intrusione ed esigesse il loro immediato ritiro, ma gli americani imposero al governo coreano la firma di un iniquo “trattato di navigazione e commercio”. Indignato, il popolo insorse e sconfisse le truppe straniere nelle battaglie di Sondolmok, Chojijin e Kwangsongjin, il che le costrinse a ritirarsi il 16 maggio dello stesso anno.
Il 21 agosto 1875, toccò al Giappone, armato dagli Stati Uniti, tentare di invadere di nuovo la Corea, allorché la sua nave da guerra Unyo si spinse fino all’isola di Kanghwa. Ma, incapaci di resistere al fuoco degli artiglieri di Chojijin, i giapponesi fuggirono, ma nella ritirata sbarcarono sulle isole Jongsan e Yongjong, dove uccisero tutti gli abitanti depredandoli dei loro beni.
Appena quattro mesi dopo, il 19 dicembre, l’ambasciatore straordinario e plenipotenziario Kuroda passò per Pusan al comando di 7 navi da guerra e fece irruzione nelle acque al largo dell’isola di Kanghwa per costringere il governo feudale coreano a sedersi al tavolo dei “negoziati” per imporgli un trattato iniquo in base a un piano d’aggressione già messo a punto.
Le autorità coreane, intimorite dalle minacce militari, acconsentirono alle esigenze giapponesi e firmarono il 3 febbraio 1876 il trattato da essi voluto, conosciuto come Trattato d’amicizia coreo-giapponese. Questo si componeva di 12 punti, tra cui l’apertura della Corea, la concessione al consolato giapponese della facoltà di giudicare i giapponesi che avessero commesso crimini in Corea e l’assicurazione ai giapponesi della libertà di effettuare misurazioni del terreno ed elaborare mappe sui litorali coreani.
Nel giugno 1882 i militari e gli abitanti dei ceti più bassi di Seoul si ammutinarono ai giapponesi e ai governanti feudali con la motivazione delle razioni di cibo scarse e di pessima qualità; la rivolta fu repressa dietro direttiva di Min Kyom Ho, il funzionario incaricato del rifornimento dei cereali, che fece arrestare e giustiziare i promotori della rivolta. Il 9 giugno i ribelli, capeggiati da Ryu Chun Man e Kim Jang Son, assaltarono e distrussero la casa di Min Kyom Ho, si impadronirono delle armi e liberarono i soldati incarcerati; fecero lo stesso con le case dei cortigiani dell’imperatrice Min e uccisero l’istruttore militare Horimoto e altri giapponesi, dopodiché presidiarono e attaccarono la legazione giapponese muovendosi in corteo. Molti abitanti poveri si unirono alla rivolta. Atterrito, il ministro diplomatico giapponese, assieme ai suoi dipendenti, dette alle fiamme la legazione e fuggì a Inchon nel cuore della notte. Gli ammutinati, che ormai avevano raggiunto le migliaia di unità, si diressero al Palazzo di Changdok il 10 giugno per giustiziare l’imperatrice, ma questa riuscì a scappare travestita da cortigiana. Tuttavia riuscirono a uccidere Min Kyom Ho e il governatore della provincia del Kyonggi. Una parte dei rivoltosi si diresse a Inchon assieme ai militari e ad alcuni civili della zona, ove assediarono e assaltarono la sede dell’amministrazione cittadina eliminando diversi giapponesi. Il ministro che vi si era rifugiato riuscì a fuggire per il rotto della cuffia a bordo di una nave inglese.
Il potere dei Min alfine crollò e i giapponesi che si trovavano in Corea furono espulsi o condannati a morte. Ciò diede al Giappone il pretesto di contrattaccare con una nuova invasione per la “protezione dei suoi cittadini residenti in Corea”: a Inchon sbarcarono per contro 3.000 effettivi dei Qing a bordo di 4 navi da guerra e 13 imbarcazioni di trasporto con la scusa di “contenere l’invasione del Giappone”. Questi ultimi catturarono l’imperatore reggente Taewongun e lo trasferirono a Tianjin, reprimendo nel sangue la rivolta, passata alla storia come Sollevazione militare di Imo. Dopodiché fu restaurata la dinastia dei Min e proseguita la sua politica.
Sul piano socio-economico, fu in questi anni che iniziarono a germogliare i primi semi dei rapporti sociali capitalistici in Corea; le conseguenti trasformazioni politiche videro nascere il Gruppo Illuminista, con alla testa Kim Ok Gyun (1851-1894). Questi, il 17 ottobre 1884, mise in atto un colpo di Stato approfittando di un banchetto ufficiale offerto in occasione dell’inaugurazione del Dipartimento postale. Tale tentativo riuscì e, il giorno dopo, fu dichiarata ufficialmente la costituzione di un nuovo governo, informandone tutte le legazioni e i consolati stranieri accreditati in Corea. Il 20 fu proclamata la piattaforma del nuovo governo in 14 articoli.
Tale programma si riprometteva di riformare il vecchio sistema feudale in favore del capitalismo in tutti gli ambiti della vita sociale: politica, economia, cultura, affari militari. I conservatori, ostili alle riforme, fecero appello all’esercito dei Qing per rovesciare il nuovo potere. Le truppe giapponesi incaricate della difesa del palazzo reale contravvennero alla promessa fatta ai riformisti e abbandonarono le proprie posizioni. Nonostante l’accanita resistenza, gli invasori vinsero e il governo del Gruppo Illuminista fu abbattuto dopo appena tre giorni.
Tale promessa ha dato adito, nella storiografia successiva, a diverse interpretazioni, alcune delle quali portarono alla conclusione che Kim Ok Gyun fosse un elemento filogiapponese e la sollevazione del 1884, essenzialmente, un atto organizzato dal Giappone. In Corea del Nord, Kim Il Sung raccomandò di formulare un giudizio equo sulla sua figura alla sessione plenaria del Comitato Centrale del Partito del Lavoro nel marzo 1958. Riprendendo tale direttiva, Kim Jong Il, in un colloquio coi suoi colleghi universitari del 6 maggio 1963, spiegò come segue il corso degli eventi:
«La situazione interna ed esterna del Paese alla vigilia del colpo di Stato era assai complessa. Il gruppo conservatore, opposto a quello riformista, controllava l’esercito del governo feudale ed era spalleggiato dalle truppe della dinastia Qing di stanza a Seoul. Le forze del gruppo riformista erano deboli rispetto a quelle dei conservatori. Inoltre, il gruppo riformista fu privato delle forze armate che aveva formato con tanta fatica a Kwangju, nella provincia del Kyonggi, il che aggravava lo squilibrio di forze tra i due gruppi.
In questo contesto, esso decise d’impiegare le truppe giapponesi per i propri fini, in base al suo piano tattico di servirsene come copertura per dissuadere l’intervento delle truppe dei Qing. […]
Kim Ok Gyun e altri riformisti incontrarono un segretario della legazione giapponese alla vigilia del colpo di Stato. Kim lo mise al corrente della sua intenzione di attuare il colpo di Stato a seguito dell’incendio del palazzo della regina, ma non del suo piano d’azione specifico e nemmeno della data. Più avanti, dichiarò di aver scientemente dubitato della sua sincerità perché il Giappone sarebbe stato capace di divulgare il segreto. Già questo basta per far capire che Kim Ok Gyun e gli altri riformisti si sono rifiutati di affidarsi ai giapponesi e si mantennero sempre in guardia contro la loro duplicità.
Anche dopo il declino del colpo di Stato dopo l’incendio del palazzo reale, il gruppo riformista ha agito in base alla propria decisione e al proprio giudizio indipendenti. Durante il colpo di Stato, esso schierò i suoi uomini armati alle quattro porte del palazzo reale, ma collocò le truppe giapponesi all’esterno. Si può considerare che avesse l’intenzione di non lasciar entrare gli invasori giapponesi nel palazzo reale e di non servirsene che come copertura contro l’intervento delle truppe dei Qing.
Tutti questi fatti mostrano che il gruppo riformista fu la mente del colpo di Stato di Kapsin e che vi coinvolse le truppe giapponesi con l’intenzione di usarle per i propri scopi. Etichettare Kim Ok Gyun come filogiapponese e considerare il colpo di Stato come un incidente manipolato dal Giappone è dunque contrario ai fatti» [2].
La restaurazione del feudalesimo comportò infatti un inasprimento generale delle condizioni di vita che si fece particolarmente sentire nelle campagne, particolarmente con la riscossione delle imposte. Fu questo il motivo particolare che dette inizio, il 10 febbraio 1894, alla Guerra contadina di Kabo, ove i lavoratori agricoli insorsero sotto la direzione di Jon Pong Jun (1854-1895) nella provincia del Jolla Meridionale. Spaventati dalle continue vittorie sull’esercito regolare conseguite dai contadini armati, i governanti feudali sollecitarono ai Qing l’invio di truppe. Col pretesto di “proteggere” i propri cittadini residenti in Corea, il Giappone introdusse nel paese un gran quantitativo di forze armate.
Allo scopo di bloccare l’intervento armato straniero e risolvere in autonomia i problemi della nazione, l’esercito contadino rivendicò al governo feudale l’accettazione di 12 punti sui rimedi al malgoverno e l’11 giugno iniziò con esso dei negoziati di pace a Jonju. Successivamente insediò il jipgangso, suo organo amministrativo, e iniziò ad attuare il programma. Il 27 luglio fu istituito il kungukgimucho, un organo incaricato di quella che venne poi definita Riforma di Kabo, e si formò un governo riformista capeggiato da Kim Hong Jip. I 12 punti comprendevano la riforma dell’apparato politico centrale, la modernizzazione delle istituzioni sociali e politiche, il riconoscimento delle libertà fondamentali, l’eliminazione delle gerarchie feudali, delle caste, del servaggio e di altri tratti distintivi del feudalesimo. La lotta armata, tuttavia, ricominciò presto a causa della corruzione e dell’incompetenza dei governanti feudali intrisi di servilismo verso il Giappone. Le fiamme della guerra divamparono così in tutte le province del paese; prima di avanzare verso Seul, i ribelli attaccarono la città di Kongju, da dove partivano le spedizioni punitive giapponesi e governative. Essi inflissero molte sconfitte a questi ultimi, ma furono costretti a ritirarsi a causa delle considerevoli perdite subite a loro volta e dell’eccessivo squilibrio di forze in campo. La Guerra contadina di Kabo terminò quindi con la disfatta degli insorti.
Nel frattempo, la contrapposizione tra Cina e Giappone continuava a far sedimentare ostilità e contraddizioni tra le due potenze, anche in Corea.
Il Giappone si conquistò così un “posto al sole” tra le grandi potenze di allora per il predominio in Corea.
Tuttavia, la dinastia Min allora al potere nella penisola coreana pensò di governare in una posizione di equilibrio appoggiandosi alla Russia zarista; così, i giapponesi, nel luglio 1895, inviarono il tenente generale Miura come ministro diplomatico accreditato a Seoul al fine di ordire il complotto per assassinare l’imperatrice ed eliminare gli elementi filorussi della sua corte.
Nella notte tra il 19 e il 20 agosto, il XVIII Battaglione della cavalleria di riserva della guarnigione giapponese, il corpo di polizia del Ministero degli Esteri e altre centinaia tra teppisti e agenti, uccisero con un colpo d’arma da fuoco diversi ministri del governo feudale, esigettero dall’imperatore la consegna della consorte e lo imprigionarono. Dopodiché fecero irruzione nella camera da letto dell’imperatrice, gettandola a terra e uccidendola a colpi di sciabola, quindi ne incendiarono il cadavere. Tale omicidio è noto col nome di Incidente di Ulmi.
Ciò mise ai ferri corti le relazioni tra Russia e Giappone, già complicatesi nella contesa per l’egemonia nell’Asia nord-orientale.
La notte dell’8 febbraio 1904 il Giappone, che stava ultimando i preparativi per la guerra contro la Russia sin dalla fine della guerra contro la Cina, assaltò e distrusse senza previa dichiarazione di guerra la flotta russa ormeggiata a Lushun e il giorno dopo affondò due navi russe a Inchon.
Impadronitisi così del controllo dello stretto di Corea e del Mar Occidentale di Corea, i giapponesi li utilizzarono come trampolino militare per sconfiggere, in maggio, le forze russe sul bacino del fiume Amnok e invadere la regione nord-orientale della Cina.
A giugno sbarcarono nella penisola di Liaodong, ove sconfissero le truppe russe giunte da nord per difendere il porto di Lushun. Ad agosto vinsero la battaglia di Liaoyang e nel gennaio 1905 si impadronirono della fortezza di Lushun, pur lasciando sul terreno 60.000 uomini.
Nel marzo del 1905 i russi subirono la disfatta decisiva nella battaglia di Shenyang e a maggio persero anche la Flotta del Baltico nello stretto di Corea.
Non si potrebbe però avere un quadro chiaro delle cause della vittoria del Giappone senza citare il decisivo aiuto di Stati Uniti e Inghilterra. Durante lo scontro, infatti, queste due potenze coprirono con 1 miliardo e 500 milioni di yen il miliardo e 700 milioni investiti dai giapponesi in spese militari.
Il 5 settembre 1905 fu firmato, a Portsmouth, un trattato di pace tra Giappone e Russia con la mediazione degli Stati Uniti.
Il 29 luglio il governo giapponese aveva firmato l’Accordo Katsura-Taft col quale riconosceva la dominazione coloniale americana sulle Filippine in cambio della collaborazione statunitense nell’invasione della Corea e del riconoscimento del suo “governo tutelare” su di essa, oltre alla partecipazione degli Stati Uniti all’alleanza anglo-giapponese e alla partecipazione del Giappone alle aggressioni in Estremo Oriente con gli angloamericani.
Il 17 novembre, quindi, i giapponesi obbligarono i governanti coreani a firmare il Trattato di Ulsa in Cinque Punti, i cui primi tre articoli stipulavano, rispettivamente, che il Giappone dirigesse le relazioni diplomatiche e gli affari esteri della Corea tramite il proprio Ministero degli Esteri, che il governo coreano non potesse firmare trattati o accordi internazionali con altri paesi senza l’intermediazione del governo giapponese e che quest’ultimo avrebbe esercitato il suo potere tramite un proprio “governatore generale” che si sarebbe occupato di tutte le questioni e gli affari del caso. L’imperatore Kojong e altri ministri rifiutarono di firmare quel trattato, ragion per la quale furono presi a forza e cacciati dalla sala dei colloqui, ottenendone la ratifica da soli cinque ministri che acconsentirono alle esigenze giapponesi. Uno dei delegati di Tokyo, Ito Hirobumi (di cui Il Tazebao ha trattato in un approfondimento sulla storia del Giappone), fu poi ucciso da un patriota coreano di nome An Jung Gun (1879-1910) alla stazione di Haerbin. Nel centenario della sua nascita, in Corea del Nord fu prodotto un film intitolato An Jung Gun spara a Ito Hirobumi, ripercorrendo il contesto e l’azione che gli costò poi l’esecuzione il 26 marzo 1910.
Alcuni emissari del governo coreano, tuttavia, parteciparono alla Conferenza Internazionale per la Pace, svoltasi all’Aia nel giugno 1907. L’idea dell’imperatore era quella di appellarsi alla comunità internazionale affinché aiutasse le legittime istituzioni del paese a recuperare la propria sovranità. Gli altri paesi, però, riconobbero il Trattato di Ulsa e si schierarono dalla parte del Giappone, ragion per cui uno dei delegati, Ri Jun, si suicidò sventrandosi all’interno della sala. Questa azione, per quanto forte, non fece desistere i giapponesi dai loro intenti coloniali e, il 22 agosto 1910, organizzò una sfilata militare navale per costringere il governo coreano ad accettare il “Trattato di Annessione della Corea al Giappone”, comprendente 8 punti e stipulante che la Corea sarebbe stata eternamente un possesso dell’imperatore giapponese, ma che tuttavia resero pubblico soltanto una settimana dopo come decreto imperiale per paura delle reazioni popolari. In seguito all’entrata in vigore di questo trattato, la dinastia Joson giunse al termine. La sua storia ci è giunta tramite un documento che raccoglie gli avvenimenti succedutisi nei 500 anni della sua esistenza in forma di diario, il più voluminoso del suo tipo al mondo. Si tratta di 1.763 tomi di testi originali in quasi 900 libri, sotto il titolo Cronaca della dinastia feudale Joson, che contengono dati sulla politica interna ed estera, sugli affari politici, economici e militari, dettagli di espressioni artistiche come la musica, la danza, le belle arti e l’artigianato, così come sull’astronomia, la meteorologia, la sismologia, l’oceanologia e altri fenomeni naturali.
Frattanto, la resistenza coreana si stava organizzando. Emersero figure di comandanti guerriglieri quali Ryu Rin Sok (1842-1915), Hong Pom Do (1868-1943) e Kim Hyong Jik (1894-1926).
Il primo, che già nel 1894 lanciò un proclama che convocava il popolo alla lotta antigiapponese, si mise l’anno successivo a capo di una truppa di volontari che a Changju annientò gli invasori ed eliminò parecchi loro sostenitori. All’inizio del 1904, allorché i giapponesi intensificarono l’aggressione alla Corea nel contesto della guerra con la Russia, estese la lotta nelle province del Phyongan Settentrionale e Meridionale ottenendo vittorie importanti.
Nel 1907 stabilì la base del suo esercito a Primorje, in Russia, per scampare all’inasprimento della repressione da parte del regime coloniale, e lì scrisse libri sulle norme alla base delle attività dei volontari. Nel maggio 1910 fu nominato comandante in capo dei volontari delle 13 province; l’anno successivo si spostò nella Manciuria del sud, dove morì per una malattia mentre conduceva attività antigiapponesi.
Il secondo organizzò assieme a dei cacciatori una truppa di volontari per la lotta contro i giapponesi e svolse delle energiche attività militari sfruttando i vantaggi che offrivano le zone montane settentrionali come Phungsan, Kapsan e Samsu. Si trasferì a Jiandao e poi nell’Estremo Oriente russo per le stesse motivazioni di Ryu Rin Sok, e da qui compì dei preparativi per nuove lotte. Nel 1919 tornò a Jiandao e fondò l’Esercito Indipendentista di Corea, che mise radici a Yanji, Wangqing e altre località limitrofe e avanzò in Corea per combattere contro la dominazione coloniale giapponese. Questo esercito vinse molte battaglie, come quelle di Fengwugo e Qinshanli, verificatesi rispettivamente nel giugno e nell’ottobre 1920. Hong proseguì poi le sue attività tra l’Unione Sovietica e la Manciuria; prese parte perfino alla Guerra civile russa dalla parte dell’Armata Rossa, combattendo a Irkutsk contro il Giappone e l’Armata Bianca. Incontrò Lenin come rappresentante dell’Esercito Indipendentista allorché si trovava a Mosca tra il novembre 1921 e il febbraio 1922.
Il terzo, figlio dei combattenti patrioti Kim Po Hyon e Ri Po Ik nonché padre del fondatore della RPD di Corea, Kim Il Sung, fondò il 23 marzo 1917 l’Associazione Nazionale di Corea, che mirava a unire tutti i coreani, rendere indipendente il Paese con le forze del suo stesso popolo e costruire uno Stato autentico, moderno e civile. Il suo obiettivo era quello di radunare le masse e mobilitarle nella lotta di liberazione nazionale antigiapponese, consolidare il proprio apparato organizzativo e sfruttare le contraddizioni tra il Giappone, da una parte, e le potenze europee e gli USA, dall’altro, per espellere il primo dal Paese e conquistarne l’indipendenza. I nuclei dell’ANC si insediarono non soltanto in Corea, ma anche in Cina (Pechino, Shanghai, Jilin, Fusong, Linjiang, Changbai, Liuhe, Kuandian, Dandong, Huadian e Xingjing). Questi si impegnarono con vigore nella divulgazione ideologica e nella mobilitazione delle masse nella lotta antigiapponese, oltre che nella raccolta di fondi e armi. In poco tempo divenne il maggiore raggruppamento rivoluzionario clandestino in Corea ed ebbe un ruolo di primo piano nell’Insurrezione popolare del 1° marzo 1919 e nella Manifestazione del 10 giugno 1926 per l’indipendenza, svoltesi entrambe in occasione dei funerali degli ultimi due imperatori della dinastia Joson e la cui repressione provocò 100.000 morti nel primo caso e un’ondata di arresti nel secondo.
Il 1926 fu anche l’anno in cui Kim Hyong Jik, spossato dalla malattia e dalle continue prigionie, morì a Fusong, da dove conduceva le attività rivoluzionarie. Il 17 ottobre suo figlio Kim Il Sung (1912-1994) fondò l’Unione Antimperialista a Huadian: il programma di base di questo organismo era non soltanto l’indipendenza della Corea, ma anche la vittoria del socialismo e del comunismo sia in patria che nel mondo.
A dicembre fondò l’Unione dei Ragazzi di Saenal e aiutò sua madre, pioniera del movimento femminile in Corea, nella creazione dell’Associazione delle Donne Antigiapponesi, prima del suo genere nel Paese. Il 14 gennaio 1927 arrivò a Jilin e si iscrisse alla Scuola Media Yuwen, dove divenne comunista leggendo il Manifesto del partito comunista, Il capitale, Stato e rivoluzione e Lavoro salariato e capitale, oltre a opere letterarie di stampo progressista come La madre, Il torrente di ferro, La benedizione, Sul fiume Amnok e La vera storia di Ah Q. Il 10 aprile fondò l’Associazione dei Ragazzi Coreani, poi divenuta Lega della Gioventù Antimperialista il 27 agosto grazie alla sua rapida espansione. Il giorno dopo creò la Lega della Gioventù Comunista di Corea, quale organizzazione d’avanguardia chiamata a dirigere le organizzazioni di massa della gioventù antigiapponese.
Fu in questo periodo che Kim Il Sung scrisse testi drammaturgici poi diventati film di grande successo in Corea del Nord: An Jung Gun spara a Ito Hirobumi, La sanguinosa conferenza internazionale e Lettera da una figlia, oltre a canti e balli come L’orgoglio delle tredici province, Il polo dell’unità e La stella della Corea.
Contemporaneamente, alla fine degli anni ’20 i giapponesi inviarono truppe nella provincia cinese dello Shandong al fine di occupare progressivamente tutta la Manciuria. Kim Il Sung organizza scioperi e manifestazioni di massa in segno di protesta, combattendo i tentativi dei giapponesi di servirsi dei proprietari terrieri cinesi in chiave anti-coreana e fomentare così la discordia tra questi due popoli.
Kim deve giocoforza ricercare il sostegno dei nazionalisti, seppur nei limiti delle loro tattiche e strategie, in quanto il movimento comunista era ancora in uno stato embrionale e molto litigioso: il Partito Comunista Coreano si dissolse dopo soli tre anni di vita (1925-1928) e i gruppi nati dalla sua implosione (Gruppo M-L, Gruppo di Seoul, Fazione Seoul-Shanghai, Gruppo Hwayo ecc.) erano completamente staccati dalle masse e assorbiti negli scontri di fazione, ciascuno rivendicando l’eredità del defunto partito e vantando patenti di “purezza e ortodossia” allo scopo di ottenere il riconoscimento ufficiale del Comintern. Serviva dunque, nella percezione di Kim Il Sung, una nuova linea direttrice per la rivoluzione.
Dopo una breve prigionia a Jilin nel maggio 1930, tra fine giugno e inizio luglio egli convocò una riunione dei quadri dirigenti della Lega della Gioventù Comunista e della Lega della Gioventù Antimperialista a Kalun, ove, nel suo discorso “Il cammino della rivoluzione coreana”, espose la sua linea consistente nel condurre la rivoluzione basandosi unicamente sulla situazione concreta della Corea e nel dare la priorità alle armi nell’ottica della liberazione da ottenere contro il dominio giapponese.
Contestualmente, nacque, sempre a Kalun, la prima organizzazione del futuro Partito del Lavoro di Corea, che nacque dal basso e non dal comitato centrale, come accadde invece per tutti gli altri partiti comunisti al mondo (fatta eccezione per il PC Cubano): la Società per l’Unione dei Compagni, assieme al suo organo di stampa, Il bolscevico. Prese contatti col Comintern, cui spiegò natura e scopi delle organizzazioni da lui formate, ma rigettò il consiglio dei suoi compagni di andare a studiare in Unione Sovietica, preferendo restare in Corea a dirigere la rivoluzione.
Pochi giorni dopo la riunione di Kalun, il 6 luglio 1930 Kim Il Sung fondò a Guyushu, nel distretto di Yitong, l’Esercito Rivoluzionario di Corea. La missione di quest’ultimo, nelle sue parole, era quella di dotarsi delle prime armi per condurre una lotta armata cosciente e organizzata, accumulare esperienza militare e radunare le masse popolari per prepararle alla guerra di liberazione contro i giapponesi.
In agosto inviò un gruppo armato capeggiato da Kim Hyong Gwon in patria, che il 14 attaccò un commissariato di polizia a Phabal-ri, nel distretto di Phungsan, giustiziandone il commissario, e avanzò fino a Pukchong e Hongwon, combattendo battaglie sul monte Taedok e sul massiccio di Jolbu. Frattanto, altri gruppi dell’ERC avanzavano fino a Uiju e le formazioni armate in Manciuria combatterono a Changchun, Harbin e Daomugou, uccidendo poliziotti, soldati, spie e agenti segreti, ottenendo un quantitativo crescente di armi.
Vi furono tuttavia anche pesanti sconfitte, come quelle causate dalle insurrezioni avventuristiche del 30 maggio e del 1° agosto che danneggiarono pesantemente le organizzazioni rivoluzionarie ivi radicate a causa della repressione che ne seguì.
Era il periodo del cosiddetto “Incidente del 18 Settembre” con cui i giapponesi dettero avvio all’invasione su larga scala della Manciuria. L’Esercito Rivoluzionario passò quindi alla tattica della guerriglia, di cui Kim Il Sung acquisì padronanza anche tramite la lettura dei classici cinesi; questa fase propiziò la nascita dell’Esercito di Guerriglia Popolare Antigiapponese il 25 aprile 1932. In agosto esso combatté la sua prima battaglia nei distretti di Dunhua ed Emu assieme ai nazionalisti cinesi e altre unità antigiapponesi e ottenne la vittoria.
Tuttavia, in quell’anno i giapponesi, vista la crisi sempre più aspra sul piano militare, lanciarono una particolare campagna di guerra psicologica contro gli eserciti avversari, rendendo pubblico di aver infiltrato i loro ranghi con un’organizzazione chiamata Minsaengdan per disgregarli dall’interno. Questa fu rapidamente scoperta e annientata, ma gli elementi più estremisti tra i coreani ne approfittarono per scatenare una violentissima campagna di repressioni interne accusando scriteriatamente questo o quel soldato di esserne un membro sotto copertura anche col più insignificante dei pretesti; tale modus operandi, che provocò anche molte frizioni coi cinesi, perdurò per circa due anni essendosi esteso a parecchie zone, quando fu risolta personalmente da Kim Il Sung con lo stralcio e l’incendio di tutti i “documenti” che avrebbero dovuto provare la colpevolezza degli accusati.
Questo biennio, pur avendo arrecato danni considerevoli al radicamento e alla crescita organizzativa dei reparti militari antigiapponesi, rallentò ma non impedì l’estensione delle zone controllate dall’esercito guerrigliero in Manciuria, che per l’autunno del 1933 crebbe talmente tanto da doversene imporre una riorganizzazione, che avvenne il 9 marzo 1934 allorché si trasformò in Esercito Rivoluzionario Popolare di Corea. Tale iniziativa mise le basi, attraverso l’espansione dei suoi ranghi, per il ritorno in patria dei combattenti coreani, che lanciarono la prima battaglia in tal senso a Pochonbo nel giugno 1937: la notte del 3 i soldati dell’ERPC attraversarono l’Amnok a bordo di una zattera alla diga di Koyushui stabilendosi sulla collina di Konjang, da dove discesero la mattina dopo per effettuare le ricognizioni preliminari all’occupazione di tutti i punti prestabiliti. Liberarono in poco tempo tutta la località dopo la distruzione dei comandi e dei commissari di polizia, dell’ufficio della sottoprefettura e di altri organi repressivi delle autorità giapponesi. Le masse, festanti, iniziarono a diffondere il Programma in dieci punti dell’Associazione per la Restaurazione della Patria (fondata da Kim Il Sung nel 1936).
In quello stesso anno scoppiò la guerra sino-giapponese (1937-1945), nella quale i guerriglieri coreani si unirono ai cinesi sui vasti territori della Manciuria.
Nel corso del 1938 la situazione sembrò volgere a favore dei cinesi e dei coreani: Kim Il Sung in particolare diresse le vittoriose battaglie di Miaoling, Dayangcha, Jiazaoshui, Shierdaogou, Liudaogou, Shuangshanzi, Wujiaying e Jiajiaying. Tuttavia, i giapponesi gettarono nel conflitto la maggior parte delle principali divisioni dell’Armata del Kwantung, l’esercito del Manchukuo e le unità di polizia locale lungo i fiumi Tumen e Amnok per lanciare “operazioni punitive” contro le forze antigiapponesi, seguendo una strategia di accerchiamento e annientamento che costrinse le truppe coreane a una drastica soluzione, analoga alle misure intraprese dai cinesi qualche anno prima:
Con ciò l’iniziativa tornò gradualmente nelle mani delle forze antigiapponesi, grazie anche al consolidamento delle basi più lontane dai teatri degli scontri più aspri.
Lo scoppio della Seconda guerra mondiale in quell’anno e gli strascichi degli scontri armati tra URSS e Giappone sul Lago Khasan e a Khalkhin-Gol trascinarono anche i sovietici nello scenario sino-nippo-coreano. Ciò si rifletté nella piattaforma della riunione di Xiaohaerbaling, nel distretto di Dunhua, svoltasi il 10 e l’11 agosto 1940. In essa, oltre al bilancio dei precedenti dieci anni di lotta armata antigiapponese, si cominciarono a svolgere i preparativi per le operazioni offensive e la liberazione definitiva della Corea, trattandosi anche il tema del coordinamento fattuale operativo con l’Unione Sovietica. Si riorganizzarono infatti le truppe dell’ERPC in piccoli gruppi e unità, instaurandovi al contempo un sistema di direzione unificato, combinando quadri politici e militari ma dividendo nettamente i compiti per unità.
All’inizio del 1941, Kim Il Sung, sua moglie Kim Jong Suk e pochi altri comandanti furono convocati in Unione Sovietica dove fu decisa la formazione delle Forze Alleate Internazionali, che ebbe luogo nell’estate dell’anno seguente. Nonostante l’autonomia di cui godevano le forze che componevano quest’organismo (soprattutto i coreani che rafforzarono la loro convinzione di condurre la rivoluzione coi propri sforzi dopo la conclusione del patto di non aggressione sovietico-giapponese nel 1941, che creò parecchie incomprensioni tra i comunisti più “ortodossi”), l’unità di sovietici, coreani e cinesi non ne risentì mai, e il 15 agosto 1945 la Corea fu liberata dai giapponesi grazie all’azione congiunta dell’Armata Rossa e dell’Esercito Rivoluzionario Popolare di Corea.
Tuttavia, gli Stati Uniti, col pretesto di disarmare le truppe giapponesi, sbarcarono nella parte meridionale della penisola coreana l’8 settembre di quello stesso anno e iniziarono a dissolvere con la forza i comitati popolari creati dai comunisti coreani, senza esitare a ricorrere alla forza bruta, come nel caso della repressione della rivolta di Jeju nel 1946, e alla divisione intenzionale del Paese tramite le elezioni da essi organizzate il 10 giugno 1948, che videro vincitore Syngman Rhee (1875-1965).
Nella parte settentrionale della Corea, invece, si mise immediatamente mano alle prime riforme economiche: nel 1946 furono approvate leggi sulla riforma agraria, il lavoro, la parità dei sessi e l’obbligo scolastico, tra le altre. Le tensioni militari, dopo l’iniziale gioia per la sconfitta dei giapponesi, non si placarono: molte furono le provocazioni al confine effettuate da parte sudcoreana dietro istigazione degli americani, provocazioni che non cessarono né con la convocazione della Conferenza Nord-Sud (volta a scongiurare la divisione anche effettiva della Corea), né col ritiro delle truppe sovietiche come da accordi. Siamo nel 1948, l’anno in cui, infatti, verranno istituite sia la Repubblica di Corea (15 agosto) che la Repubblica Popolare Democratica di Corea (9 settembre). Il resto è storia assai più conosciuta.
L’autore è uscito di recente con il libro “Le idee del Juche e la Repubblica Democratica Popolare di Corea”.
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