

Di seguito saranno riportati due estratti del libro di José Antonio Egido intitolato Giù le mani dal Compagno Gramsci!
Questi estratti dimostrano che Gramsci supportava costantemente la linea politica della maggioranza del Comitato Centrale del Partito Comunista Russo (poi dell'Unione Sovietica) guidato da Iosif Stalin, inoltre si oppose alle fazioni del partito guidate da Zinoviev, Kamenev e Trotskij, nota, come è ormai chiaro, per essersi rivolta in seguito a politiche di terrorismo individuale e sabotaggio ai danni dell'Unione Sovietica. Egido espone dettagliatamente il punto di vista del leader del Partito Comunista d'Italia sulla base dei suoi scritti e mostra che il tentativo di appropriarsi dell'eredità politica, ideologica e teorica da parte dei sostenitori di Trotskij non ha alcun fondamento storico. I fatti forniti da Egido mostrano indirettamente che il legame tra Gramsci e coloro che operano nello spirito del XX Congresso del PCUS è del tutto esiguo. Va inoltre notato che la presentazione degli scritti di Gramsci a livello internazionale è avvenuta ad opera degli aderenti al revisionismo sovietico e questo ha causato enormi conseguenze per le interpretazioni contemporanee della vita e dell'opera del leader italiano.
Introduzione del traduttore: José Antonio Egido è un autore di madrelingua ispanica e le note dal testo originario rimandavano a libri di altri autori di madrelingua ispanica che raccoglievano le lettere di Gramsci. Dal momento che Gramsci era italiano ed io sono suo compatriota, ho ritenuto più opportuno cercare e citare direttamente gli articoli di Gramsci in lingua originale, trovandoli su più siti diversi dedicati al rivoluzionario italiano soggetto principale di questo articolo. Questo non solo rende più autentico quanto state per leggere ma dimostra inoltre che i Compagni spagnoli/latinoamericani non hanno travisato o storpiato nessuna parola dal pensiero originario di Gramsci. Buona lettura.
Nonostante il trotskismo tenti spudoratamente di appropriarsi di Gramsci come fa regolarmente con noti anti-trotskisti come Che Guevara e Ho Chi Minh, il leader comunista italiano si oppose fermamente alla teoria della "rivoluzione permanente" e ad altre posizioni di Trotskij. Il trotskista italiano Roberto Massari afferma con orgoglio che “non vi possano essere dubbi sull'adesione convinta di Gramsci alle posizioni generali di Trotskij” nel 1924[1]. Il suo compagno ideologico Livio Maitan afferma che i trotskisti “hanno il diritto e il dovere di rivendicare l’essenza dell’opera di Gramsci”[2]. Corvisiera presenta Gramsci niente di meno che un uomo di Trotskij in Italia. Sono un altro gruppo di manipolatori.
Inoltre, ciò che i falsificatori borghesi nascondono accuratamente è che Gramsci aderiva completamente alla tesi del “socialismo in un solo paese” di Lenin e Stalin. Nel 1922 Trotskij difese la necessità del confronto tra il proletariato al potere e le “vaste masse contadine”[3]. Secondo gli scritti di Arico, «Le tesi di Trotsky, intrise di una profonda sfiducia nei confronti delle masse contadine, tendono a far gravare sui contadini il peso della coercizione di una minoranza proletaria e sul proletariato stesso la coercizione di carattere militare, che può solo portare alla sconfitta»[4]. Questa tesi si scontra frontalmente con quella di Lenin di un'alleanza tra il proletariato e gli strati lavoratori delle campagne e con quella di Gramsci della costruzione di un Blocco Storico formato da un'alleanza di operai, contadini e intellettuali. Trotskij riteneva che bisogna attendere la vittoria futura della rivoluzione in Occidente per consolidare il socialismo, ma Gramsci, che vide la repressione della rivolta degli operai torinesi nell'agosto 1917, sa che questa posizione non è corretta. Infatti, la borghesia dell'Europa occidentale reprime senza pietà e nel sangue le successive rivolte operaie e movimenti democratici e rivoluzionari, dalla Comune di Parigi del 1871 al governo repubblicano spagnolo del Fronte popolare nel 1939, comprese le insurrezioni di Barcellona del 1907, dell'Italia settentrionale nel 1917 e 1919, di Amburgo, Berlino, Monaco, Ungheria e Finlandia, delle Asturie nel 1934, di Vienna, ecc. Gramsci affronta Trotskij nella misura in cui quest'ultimo continua a radicalizzare la sua opposizione alla maggioranza della direzione del Partito Sovietico e dell'Internazionale. Nel 1922 l'italiano risponde con una breve lettera priva, evidentemente, di ogni affetto, ad una domanda che gli fa il russo sul futurismo italiano[5].
Successivamente, il rivoluzionario sardo passa dalla freddezza al confronto con le posizioni di Trotskij. Nella lettera che Gramsci scrisse a Togliatti, Terracini e altri nel 1924, dimostra chiaramente che Trotskij non è mai appartenuto al gruppo dei bolscevichi russi di Lenin, Stalin, Bucharin, Kamenev, Zinoviev, ecc. Egli nota che Trotskij era stato vicino ai menscevichi di Plekhanov, cioè ai riformisti russi: «Mentre nelle questioni di organizzazione spesso faceva blocco o addirittura si confondeva con i menscevichi.»[6] Lenin conferma pienamente il punto di vista di Gramsci quando nel 1910 denuncia i legami di Trotskij con i menscevichi: «Nel 1903 era menscevico; abbandonò il menscevismo nel 1904, ritornò ai menscevichi nel 1905 e si limitò a ostentare frasi ultrarivoluzionarie; nel 1906 li lasciò nuovamente; alla fine del 1906 sostenne gli accordi elettorali con i cadetti (cioè di nuovo con i menscevichi); e nella primavera del 1907, al Congresso di Londra, disse di differire da Rosa Luxemburg per “sfumature individuali di idee piuttosto che per tendenze politiche».[7] Nel 1914 Lenin afferma: «Alla fine del 1903, Trotskij era un Menscevico convinto».[8] In un altro articolo 1911 Lenin dichiara che «È impossibile discutere con Trotskij nel merito della questione, perché Trotsky non ha alcuna opinione»[9]. Nel 1912 Trotskij combatteva contro i socialisti e, formò, da quanto affermato da Lenin, un «blocco dei liquidatori composto da Trotskij, i Lettoni, the Bundisti [Bund Ebraico] ed i caucasici»[10].
Gramsci sa perfettamente che Trotskij non solo non è un bolscevico, ma è un nemico storico delle opinioni e delle politiche di Lenin e dei bolscevichi.
Alla Prima Conferenza Nazionale del Partito sul Lago di Como, nel maggio del 1924, Gramsci espresse pubblicamente la sua critica all'opposizione di Trotskij nel partito bolscevico, ribadendo la condanna che il Partito Comunista Sovietico aveva fatto quello stesso mese per le posizioni di Trotskij che era ancora nel partito.
Nel novembre del 1924 criticò l’opera di Trotskij intitolata Lezioni dell''ottobre.
Nella riunione del Comitato Centrale del 7 febbraio 1925 Gramsci condanna l’opposizione organizzata da Trotskij contro il partito bolscevico definendola oggettivamente un “movimento controrivoluzionario”[11]. Il 22 luglio 1925, viene pubblicata sull'Unità un'articolo di Gramsci denominato Puntini sugli "I" dove accusa Trotskij di avere una «concezione individualista» come Bordiga[12]. La posizione di Bordiga e quella di Trotskij contro l’Internazionale erano molto simili: il 4 luglio 1925 L'Unità pubblica un articolo dell'estremista di sinistra napoletano [Bordiga] in solidarietà con Trotskij, in cui si afferma che quest'ultimo è «tra i più degni di stare alla testa del partito rivoluzionario»[13]. Successivamente Scoccimarro accusa Bordiga di allearsi col trotskismo.
Nel 1926 ribadisce la critica alle concezioni trotskiste.[14] Nell'ottobre del 1926 Gramsci, allora co-segretario generale del PCI, scrive una lunga lettera al Comitato Centrale del Partito Comunista dell'Unione Sovietica, allarmato dalla crisi scoppiata tra la sua maggioranza, allora guidata da Stalin e Bucharin, e la minoranza guidata da Kamenev, Zinoviev e Trotskij.
Gramsci si comporta con responsabilità rivoluzionaria avvertendo che il nemico di classe, l’imperialismo, spera che la crisi interna conduca la Rivoluzione alla “catastrofe” e alla fine dello Stato operaio.
Nella lettera Gramsci afferma che «le stesse masse dei nostri Partiti vedono e vogliono vedere nella Repubblica dei Soviet e nel Partito che vi è al governo una sola unità di combattimento che lavora nella prospettiva generale del socialismo». Gramsci invita i dirigenti sovietici a non distruggere la grande opera rivoluzionaria. Gramsci però non assume una posizione equidistante tra i due gruppi: condanna duramente la minoranza e sostiene inequivocabilmente la maggioranza: «l'atteggiamento delle opposizioni investa tutta la linea politica del CC», «Dichiariamo ora che riteniamo fondamentalmente giusta la linea politica della maggioranza del CC del Partito comunista dell'URSS» Gramsci continua affermando: «Nella ideologia e nella pratica del blocco delle opposizioni rinasce in pieno tutta la tradizione della socialdemocrazia e del sindacalismo». Come leader del Comintern, Gramsci si sente alla pari con i compagni sovietici tanto da poter dare loro consigli e richieste: «Solo una ferma unità e una ferma disciplina nel Partito che governa lo Stato operaio può assicurare l'egemonia proletaria». Con gentilezza e anche fraternamente, ma con fermezza, condanna l'atteggiamento dei leader dell'opposizione: «I compagni Zinoviev, Trotzkij, Kamenev hanno contribuito potentemente a educarci per la rivoluzione, ci hanno qualche volta corretto molto energicamente e severamente, sono stati fra i nostri maestri. A loro specialmente ci rivolgiamo come ai maggiori responsabili della attuale situazione». Data la gravità della situazione Gramsci ricorda che «a questa necessità ogni comunista e internazionalista deve essere disposto a fare maggiori sacrifici».[15]
Sfortunatamente l’opposizione ignorò le richieste di Gramsci e insistette nella sua attività antipartitica e contro il socialismo sovietico finché non fu isolata e sconfitta.
Sempre nel 1926 furono preparate le Tesi di Lione per il Terzo Congresso del Partito. La tesi numero 32 condanna esplicitamente l’esistenza di fazioni o gruppi all’interno del partito, come difende Trotskij. Si afferma che «l’esistenza e la lotta delle frazioni sono infatti incompatibili con l’essenza del partito proletario, la cui unità ne soffre in questo modo, lasciando la strada aperta all’influenza delle altre classi»[16]. Al suddetto Congresso l'estrema sinistra, guidata da Bordiga, viene sconfitta ed egli reagisce costruendo una fazione di opposizione. La risposta di Gramsci, in qualità di massimo dirigente del Partito, fu la seguente: «La lealtà di tutti gli elementi del partito verso il Comitato centrale deve diventare non solo un fatto organizzativo e disciplinare, ma un vero principio di etica rivoluzionaria». Gramsci chiede la conversione del partito in un «blocco omogeneo» per non mettere in discussione l'autorità del Comitato Centrale tra i congressi e per reprimere le iniziative di fazione[17]. Per lui questo è l’unico modo per sconfiggere il nemico di classe. La chiarezza dell’articolo non impedisce al manipolatore trotskista Livio Maitan di affermare con audacia che Gramsci «continua a riaffermare il diritto ad una tendenza»[18].
Nell'articolo' L'uomo-individuo e l'uomo-massa scritto in prigione, probabilmente nel 1930, Gramsci attacca ancora una volta duramente Trotskij: «Si potrebbe dire che Bronstein (cioè Trotskij), che si presenta come “filo-occidentale”, era in realtà un cosmopolita, cioè superficialmente nazionale e superficialmente filo-occidentale o europeo. D'altra parte Il'ic (cioè Lenin) era profondamente nazionale e profondamente europeo. Bronstein ricorda nelle sue memorie che si diceva che la sua teoria avesse dimostrato la sua correttezza… dopo quindici anni… in realtà la sua teoria in quanto tale non era buona né quindici anni prima né quindici anni dopo»[19].
In un'altro articolo scritto in prigione, Gramsci fu oltraggiato quando Trotskij accusò il teorico marxista italiano Labriola di “dilettantismo” e considerava che «questo riflette inconsciamente la sua pedanteria pseudo-scientifica»[20], che è, ovviamente, il comportamento tipico di Trotskij e una caratteristica dei suoi pochi seguaci, che è permanente.
Nell’articolo Razionalizzazione della produzione e del lavoro, Gramsci attacca nuovamente il trotskismo per quella che chiama «la tendenza di Leone Davidovi [Italianizzazione di Trotskij]» ad «accelerare, con mezzi coercitivi esteriori, la disciplina e l’ordine nella produzione» e la forma “errata” di applicazione della coercizione[21].
Togliatti afferma che nel 1930, quando Gramsci apprende che un compagno, incarcerato com'è, ha la tentazione di cedere all'influenza trotskista, senza poter sostenere una lunga discussione, lancia «nelle carceri il significativo slogan: "Trotskij è la prostituta del fascismo"»[22].
I trotskisti rispondono alle critiche di Gramsci con calunnie piuttosto vili: un certo Claudio Villa de Il Militante gli rimprovera presunti «limiti teorici e politici» e che «la vena idealista di Gramsci sostituisce l'analisi scientifica di Trotskij».
Un altro calunniatore trotskista accusa Gramsci di aver favorito la «confusione nella sua teoria» per non aver contestato «Stalin», ossia il partito bolscevico. Questo individuo osa scrivere che l’ultima lettera di Gramsci «prima di essere fatto prigioniero era una protesta rivolta a Togliatti per il trattamento burocratico di Stalin nei confronti dell’”Opposizione di Sinistra”»[23]. Un altro trotskista afferma che l’“incoerenza” della critica di Gramsci a Trotskij è dovuta al fatto che l’italiano “molto probabilmente” non conosceva gli articoli di Trotskij sulla “rivoluzione permanente"[24]. Ciò che infastidisce i trotskisti è il suo appoggio aperto e chiaro alla linea bolscevica del PCUS, che essi dipingono in questo modo malizioso: «Tra il 1924 e il 1926 Gramsci fu acritico e si adeguò alla burocrazia stalinista che poneva fine al sistema di democrazia interna nel partito bolscevico»[25].

In nessun momento, né in libertà né in prigionia, Antonio espresse alcun giudizio critico, tanto meno di condanna, nei confronti della direzione del partito bolscevico, che dal 1926 era incentrato sul compagno Joseph Stalin. Macchiocchi lo dice chiaramente nel suo libro: «Gramsci approva la “linea di Stalin»[25].
A condannare la "linea di Stalin" con crescente forza fu l'opposizione all'interno della leadership comunista. Lo dice di malumore a Togliatti che si trova a Mosca ma non ha compreso la lettera da lui inviata ai compagni sovietici a proposito della lotta tra maggioranza e opposizione: «Tutte le nostre osservazioni sono dirette contro l'opposizione (riferendosi a Trotskij e Zinoviev)». Il 26 ottobre 1927, quando furono preparati i rapporti per il 15° Congresso del partito bolscevico, la stragrande maggioranza dei membri (740.000) votò a favore delle posizioni del Comitato Centrale e solo 4.000 erano favorevoli al blocco trotskista e zinovievista.
Gramsci lo sapeva già quando era in carcere e salutò la vittoria del Comitato Centrale in termini inequivocabili. Nel suo articolo dal carcere scritto dopo il 1932 Razionalizzazione della produzione e del lavoro, afferma quanto segue: «Data l’impostazione generale di tutti i problemi connessi alla tendenza, questa doveva sboccare necessariamente in una forma di bonapartismo, quindi la necessità inesorabile di stroncarla. Le sue preoccupazioni erano giuste, ma le soluzioni pratiche erano profondamente errate [...] Il principio della coercizione, diretta e indiretta, nell’ordinamento della produzione e del lavoro è giusto ma la forma che esso aveva assunto era errata: il modello militare era diventato un pregiudizio funesto e gli eserciti del lavoro fallirono»[21].
È chiaro che Gramsci, nel difendere la necessità di schiacciare il gruppo di Trotskij, sta difendendo la maggioranza del Partito guidata nel 1926 da Stalin, Bucharin, Rykov, Dzeržinskij, Tomskij, Vorošilov, Orjonikidze, Kalinin, Molotov, Vorošilov, Kaganovič, Malenkov, Ždanov, Budyonny, Mikojan e altri bolscevichi. Nel 1927, Trotskij, Zinoviev e Kamenev vengono espulsi dal Partito. Due anni dopo Bucharin, Rykov e Tomskij vengono rimossi dalla direzione politica del Paese.
Gramsci sostenne la maggioranza del Partito Bolscevico che si stava creando con Stalin come punto centrale. Nel suo articolo dal carcere intitolato Prospettiva internazionale, punto di partenza nazionale, sostiene le posizioni di Stalin, (il cui nome viene italianizzato in Giuseppe Bessarione per dare nomi in codice, per confondere i suoi ignoranti censori, come aveva già fatto in precedenza con Trotskij che l'aveva chiamato Leone Davidovi, per confondere i suoi ignoranti censori) Gramsci insiste sull'unità dialettica tra l'internazionale e il nazionale. Contro le posizioni di Trotskij, difende quelle di Lenin, Stalin e dei bolscevichi sull'importanza di considerare l'aspetto nazionale della strategia della classe operaia, che è anche una classe internazionale. Egli conclude il suo ragionamento attaccando ancora una volta Trotskij e la sua concezione errata della rivoluzione permanente, che veniva definita pure da Lenin come «assurdamente di sinistra»[25]. Più precisamente Gramsci disse disse: «Le debolezze teoriche di questa forma moderna del vecchio meccanicismo sono mascherate dalla teoria generale della rivoluzione permanente che non è altro che una previsione generica presentata come dogma e che si distrugge da sé, per il fatto che non si manifesta effettualmente»[26].
È profondamente inquietante per i trotskisti e per la borghesia che gli articoli di Stalin abbiano esercitato una “profonda influenza” sul processo di maturazione del leader Gramsci tra il 1924 e il 1926, come osservò il suo compagno Togliatti[25]. Emilio Sereni, teorico e dirigente di un PCI che allora non era ancora scaduto nel revisionismo, rileva elementi di analogia tra i Quaderni di Gramsci e le idee del leader sovietico Andrej Ždanov, espresse nel libro Storia della filosofia di Aleksandrov.
I sovietici non abbandonarono mai Gramsci durante la sua terribile prigionia nelle prigioni fasciste. Il nipote di Gramsci, il musicista Antonio Gramsci Jr., rivelò nel suo libro La Russia di mio nonno che i leader sovietici fornirono continuamente fondi alla cognata di Gramsci, Tatiana Šucht, che coprivano tutti i suoi bisogni materiali e che lei poteva continuare a prendersi cura del prigioniero[27]. Tentarono persino uno scambio con prigionieri fascisti, le cui trattative fallirono e non si concretizzarono. Gli intellettuali comunisti francesi Vaillant-Couturier e Barbusse crearono un Comitato per la libertà di Antonio, che ebbe la simpatia dell'Internazionale e dell'URSS.
Il 17 luglio 2003, sul Corriere della Sera uscì una lettera inedita inviata dalla moglie di Gramsci e da sua sorella a Stalin nel dicembre 1940, chiedendo all'URSS di pubblicare i Quaderni dal carcere. La lettera rivela che Gramsci aveva piena fiducia in Stalin e nel suo partito come principali rappresentanti del comunismo mondiale[28].
Gramsci e Scoccimarro hanno dato un grande contributo alla lotta politica contro il deviazionismo trotskista dannoso per la lotta rivoluzionaria della classe operaia.
Fonte: Jose Antonio Egido, ¡Manos fuera del camarada Antonio Gramsci! Templando El Acero, 2013.
Tradotto in inglese da George Gruenthal.
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