
5 gennaio 2026

L’attacco degli Stati Uniti al Venezuela di inizio gennaio 2026 rappresenta molto più di un episodio isolato di aggressione di Washington (peraltro episodi già ampiamente ripresentatisi a decine anche in passato): esso costituisce una vera e propria certificazione storica della fine della narrazione del c.d. “ordine basato sulle regole” (ovvero quell’insieme di norme, principi e pratiche che l’Occidente liberale ha imposto al mondo dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica datata 1989 – 1991). Un ordine presentato come universale, neutrale e morale, ma che nella sostanza è sempre stato il prodotto di una posizione di forza, modellabile a seconda degli interessi strategici, economici e ideologici della parte vincente della Guerra Fredda.
Un modus operandi per un ordine imposto che peraltro, dal punto di vista dell’analisi geopolitica scevra da ogni umano sentimento, non è considerabile come sorpresa o unicum nella storia dell’umanità.
Ma certamente, dal punto di vista degli interessi popolari, non positivo e da cercare dunque di superare.
Dopo il 1991, il liberalismo occidentale si è imposto quindi non solo come modello politico ed economico dominante, ma come criterio esclusivo di legittimità. In questa visione, chi si allineava veniva integrato e in qualche modo “premiato”, mentre chi si sottraeva o proponeva modelli alternativi veniva isolato, delegittimato, sanzionato e, nei casi più “difficili”, colpito militarmente.
Con il mito della “fine della Storia” che ha funzionato da “clava ideologica” di un mondo unipolare nel quale il “saggio detentore della verità e della giustizia” (in primis dal punto di vista morale) si è arrogato il diritto di intervenire ovunque, ridefinendo di volta in volta il significato di sovranità, autodeterminazione e diritto internazionale.
L’attacco al Venezuela smaschera definitivamente questa narrazione.
Il primo elemento che emerge con chiarezza è, ancora una volta, la politica del doppio standard (peraltro da sempre denunciata dal cosiddetto “Sud globale”). Le reazioni – o meglio, le giustificazioni – di numerosi leader occidentali di fronte all’aggressione statunitense unilaterale e illegittima contro Caracas mostrano senza più alcuna ambiguità che il rispetto delle regole vale solo quando conviene. Le stesse capitali che invocano il diritto internazionale, la sovranità e l’inviolabilità dei confini quando si tratta di condannare i rivali geopolitici, si affrettano a relativizzare o a legittimare l’uso della forza quando l’aggressore appartiene al “campo giusto” (o ancora meglio, ne è il “faro”):
Questo meccanismo non è un’eccezione, ma la regola dell’ordine unipolare. Le “regole” non sono universali, bensì strumentali. Non esistono principi validi sempre e per tutti, ma interpretazioni flessibili adattate agli interessi del centro di potere occidentale. Ovviamente giustificate sempre e comunque come interpretazioni necessarie per difendere il migliore dei sistemi possibili: quello liberale. Il Venezuela diventa così l’ennesima dimostrazione che l’ordine liberale non è un ordine giuridico “imparziale e neutro”, bensì un ordine politico imposto (spesso con la forza, sia essa quella della “persuasione” che militare).
Dopo il 22 febbraio 2022, il mondo occidentale si è compattato nel condannare la Russia senza riserve, presentando l’intervento di Mosca come un atto di aggressione imperialista mai da giustificare.
Con ogni tentativo – sia stato esso di profondo ragionamento oppure mero interrogativo sul perché di tale situazione – che è stato sistematicamente respinto come propaganda o giustificazione vergognosa dell’aggressore. L’élite occidentale ha rivendicato per sé una superiorità indiscussa, affermando che nel XXI secolo non si poteva più “chiudere un occhio”.
Eppure l’attacco al Venezuela – motivato da interessi chiaramente imperiali, legati alla Dottrina Monroe e al controllo delle risorse energetiche – mostra ciò che quelle dichiarazioni sono sempre state: vuoto e niente più.
Tutte le affermazioni secondo cui – “oggi l’Occidente non rifarebbe più gli errori del passato…”, “il 2003 in Iraq o la distruzione della Libia appartengono a un’altra epoca…” – si rivelano per quello che sono: retorica, propaganda… e niente più.
L’unipolarismo non è mai variato; tutt’al più ha fatto opera di “maquillage linguistico”, cercando di adattarsi ai tempi che cambiano.
Ancora più fragile, se possibile, appare la giustificazione fondata sulla presunta illegittimità del governo di Nicolás Maduro. Ammesso e non concesso che vi siano prove schiaccianti e definitive di irregolarità elettorali, l’argomento crolla sotto il peso delle sue stesse contraddizioni. Se la legittimità democratica fosse davvero il criterio per autorizzare interventi militari, allora bisognerebbe spiegare perché non si sia intervenuti negli Stati Uniti stessi, dopo che il Presidente in carica ha sostenuto apertamente che le elezioni del 2020 siano state chiaramente truccate.
Perché nessuna “coalizione dei volenterosi” si è mossa per salvare la democrazia liberale nel suo cuore più sacro e puro, gli USA? Perché nessuna sanzione, nessuna minaccia, nessun intervento armato? La risposta è semplice: la democrazia non è il criterio reale, ma uno strumento retorico. Viene evocata solo quando serve a colpire come una clava un avversario politico o un nemico geopolitico.
L’attacco a Caracas mette inoltre in luce una questione cruciale: la disunità cronica dell’America Latina e dei Caraibi. Questa regione possiede enormi risorse (materiali e immateriali), una storia condivisa, una matrice culturale comune e un potenziale geopolitico straordinario. Eppure, proprio la sua frammentazione la rende molto vulnerabile all’ingerenza senza sosta del potente vicino del Nord almeno dal 1823, con l’emanazione della Dottrina Monroe.
Come sosteneva infatti “El Libertador” Simón Bolívar, figlio di Caracas e dell’intera regione latinoamericana e caraibica, l’unità non è un ideale astratto, ma una necessità storica. Senza di essa, l’America Latina resta un insieme di Stati tendenzialmente isolati, facilmente ricattabili, destinati a essere terreno di sfruttamento e devastazione. Unita, tale area potrebbe invece costituire uno dei poli del mondo multipolare, capace di difendere i propri interessi e di dialogare alla pari con le altre grandi aree del pianeta.
Per dirla con il pensiero del “filosofo del multipolarismo” Aleksandr Gel’evič Dugin, l’America Latina è un “grande spazio” che non ha ancora completato il suo processo di “soggettivazione geopolitica”. Con Fidel Castro che, sempre secondo il pensatore russo, ha messo un tassello decisivo in questo percorso di unità e sovranità dell’area: “Fidel Castro è principalmente associato al movimento comunista, ma è stato anche il più grande eroe della lotta per un’identità latinoamericana, per una civiltà sudamericana indipendente dall’Occidente […]. Castro ha delineato il possibile destino del continente latinoamericano libero dagli Stati Uniti […].”[3]
Multipolarismo non significa semplicemente la presenza di varie grandi potenze. Significa il superamento dell’universalismo liberale come unico modello valido. Ogni civiltà – ogni area del mondo – deve poter sviluppare il proprio percorso fondato sulla propria storia, sulla propria cultura, sulle proprie speranze e sulla propria visione del futuro.
Questo passaggio è decisivo in quanto, se messo realmente in pratica, porta ad abbandonare le velleitarie “imposizioni dall’esterno” per dare ad ogni “area geopolitica” il diritto di scegliersi il suo destino.
E questo è ciò che è successo anche con chi ha deciso di aderire ai principi del socialismo scientifico in tante parti del globo: Cina e Cuba, ad esempio, sulla base di esso hanno sviluppato comunque una proposta tenente conto anche delle proprie specifiche peculiarità.
Con il “liberalismo geopolitico” invece ciò viene di fatto “vietato” per seguire l’unica via imposta da chi pensa di detenerne le “chiavi originarie”.
La proposta e visione multipolare non implicherebbe ovviamente un isolamento totale o un rifiuto della cooperazione fra i popoli, ma il riconoscimento che non esiste un’unica modernità, né un solo modo legittimo di organizzare la società. E il liberalismo occidentale diventa così una proposta tra le altre, non più il metro con cui giudicare e condannare il resto del mondo.
Alla base di questo conflitto vi è dunque lo scontro tra i popoli e le élite finanziarie transnazionali e apolidi, le quali traggono beneficio dall’indebolimento delle sovranità. Queste élite non hanno interesse ad avere popoli consapevoli e identità collettive solide; il loro potere cresce nel vuoto, nell’atomizzazione, nella frammentazione e nella dipendenza.
Per questo, l’unità e la sovranità non possono essere progetti calati dall’alto o imposti in nome del capitale globale. Esse devono invece nascere dal basso, dalla volontà dei popoli che condividono un destino storico e scelgono consapevolmente di costruire il proprio futuro.
L’attacco al Venezuela segna dunque la fine dell’illusione del “liberalismo geopolitico”: l’illusione tanto cara alla parte del mondo più benestante ( l’altra parte non ha mai avuto infatti grandi difficoltà a comprenderla, in quanto destinataria diretta dell’ “altra faccia della medaglia”) di un ordine mondiale giusto, imparziale e fondato su regole condivise sorto grazie al crollo dell’URSS. Il Terzo Millennio non sarà certamente il tempo della fine della Storia, bensì del “ritorno” della Storia in forme plurali.
E in questo mondo in trasformazione (in sostanza come negli anni precedenti) non esistono salvatori geopolitici esterni (rimangono ovviamente gli amici e i nemici, così come gli alleati e gli avversari), bensì popoli capaci o di diventare “soggetti” oppure destinati a restare “oggetti”.
La creazione del vero mondo multipolare garantisce che ciò possa realmente accadere.
Sta però ai vari popoli della terra, ognuno con le proprie peculiarità e aspirazioni, perseguire le necessarie unità, indipendenza e sovranità. Questioni che non sono slogan, ma condizioni minime per garantirsi un futuro realmente migliore.
Articolo pubblicato su ComeDonChisciotte il 5 gennaio 2026 e ripubblicato lo stesso giorno su SocialismoItalico. Ripubblicato il 10 gennaio 2026 su Xitsoft.
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